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sabato 21 maggio 2011

Massime del giorno prima
Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni
e la nostra breve vita è circondata dal sonno,
da "La tempesta".
William Shakespeare

sabato 14 maggio 2011

Raperonzolo

Ho appena guardato il film della Walt Disnay "Rapunzel", che non mi ha deluso. Divertentissimo, soprattutto 'Pascal'. Tutte le belle damigelle hanno le loro belle fatine magiche , lei invece ha un camaleonte simpaticissimo. Ma purtroppo, ancora una volta, la storia non rispecchia la verità scritta dai fratelli Grimm.
Ecco il vero testo:

Raperonzolo
C'era una volta un uomo e una donna, che già da molto tempo desideravano invano un figlio; finalmente la donna potè sperare che il buon Dio esaudisse il suo desiderio. Sul di dietro della casa c'era una finestrina, da cui si poteva guardare in un bellissimo giardino, pieno di splendidi fiori ed erbaggi; ma era cinto da un alto muro e nessuno osava entrarvi, perchè apparteneva ad una maga potentissima e temuta da tutti. Un giorno la donna stava alla finestra e guardava il giardino; e vide un'aiuola dov'erano coltivati i più bei raperonzoli; e apparivano così freschi e verdi che le fecero gola e le venne gran voglia di mangiarne. La voglia cresceva ogni giorno, ma ella sapeva di non poterla soddisfare e dimagrì paurosamente e divenne pallida e smunta. Allora il marito si spaventò e chiese: "Che hai cara moglie?" "Ah," ella rispose, "se non riesco a mangiare di quei raperonzoli che son nel giardino dietro casa nostra, morirò". Il marito, che l'amava, pensò: "Prima di lasciar morire tua moglie valle a prendere quei Raperonzoli, costi quel che costi". Perciò al crepuscolo scavalcò il muro, entrò nel giardino della maga, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. Ella si fece subito un'insalata e la mangiò avidamente. Ma le era piaciuta tanto e tanto, che il giorno dopo la sua voglia era triplicata. Perchè si quietasse, l'uomo dovette andare un'altra volta nel giardino. Perciò al crepuscolo scavalcò di nuovo il muro, ma quando mise piede a terra si spaventò terribilmente, perchè vide la maga davanti a sè. "Come puoi osare," ella disse facendo gli occhiacci, "di scendere nel mio giardino e di rubarmi i raperonzoli come un ladro? Me la pagherai!" "Ah," egli rispose, "siate pietosa! A questo fui spinto da estrema necessità: mia moglie ha visto i vostri raperonzoli dalla finestra e ne ha tanta voglia che ne morirebbe se non potesse mangiarne". La collera della maga svanì ed ella disse. "Se le cose stanno come dici, ti permetterò di portar via tutti i raperonzoli che vuoi, ma ha una condizione; devi darmi il bambino che tua moglie metterà al mondo. Sarà trattato bene e io provvederò a lui come una madre". Impaurito l'uomo accettò ogni cosa, e quando la moglie partorì, apparve subito la maga, chiamò la bimba Raperonzolo e se la portò via.
Raperonzolo diventò la più bella bambina del mondo. Quando ebbe dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre che sorgeva nel bosco e non aveva nè scala nè porta, ma solo una minuscola finestrina, in alto in alto. Quando la maga voleva entrare, si metteva sotto la finestra e gridava:
"Raperonzol, t'affaccia
lascia pender la tua treccia!"
Raperonzolo aveva capelli lunghi e bellissimi, sottili come l'oro filato. Quando udiva la voce della maga, si slegava le trecce, le annodava ad un cardine della finestra, ed esse ricadevano per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.
Dopo qualche anno, avvenne che il figlio del re, cavalcando per il bosco, passò vicino alla torre. Udì un canto così soave, che si fermò ad ascoltarlo: era Raperonzolo, che nella solitudine passava il tempo facendo risonar la sua voce. Il principe voleva salire da lei e cercò una porta, ma non ne trovò. Tornò a casa, ma quel canto lo aveva tanto commosso che ogni giorno andava ad ascoltarlo nel bosco. Una volta, mentre se ne stava dietro un albero, vide avvicinarsi una maga e udì gridare.
Raperonzolo, t'affaccia!
Lascia pender la tua treccia!"
Allora Raperonzolo lasciò pendere le trecce e la maga salì da lei.
"se questa è la scala per cui si sale, tenterò anch'io la mia fortuna". E il giorno dopo, sull'imbrunire, andò alla torre e gridò:
"Raperonzolo, t'affaccia,
lascia pender la tua treccia!
Subito dall'alto si snodarono i capelli e il principe sali. Dapprima Raperonzolo ebbe una gran paura quand'egli entrò, perchè i suoi occhi non avevan mai visto un uomo; ma il principe cominciò a parlare con gran cortesia e le narrò che il suo cuore era stato così turbato dal canto di lei da non lasciargli più pace: e aveva dovuto vederla. Allora Raperonzolo non ebbe più paura e quando egli le domandò se lo voleva per marito ed ella vide che era giovane e bello, pensò: "Mi amerà più della vecchia signora Gothel", disse di si e mise la mano in quella di lui; e gli disse: "Verrei ben volentieri con te, ma non so come fare a scendere. Quando vieni portami sempre una matassa di seta: la intreccerò e ne farò una scala; e quando è pronta, scendo, e tu mi prendi sul tuo cavallo". Combinarono che fino a quel momento egli sarebbe venuto tutte le sere; perchè di giorno veniva la vecchia. La maga non si accorse di nulla, finchè una volta Raperonzolo prese a dirle "Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da tirar su del giovane principe? Quello è da me in un momento". "Ah, bimba sciagurata!" Gridò la maga, "Cosa mi tocca sentire! Pensavo d'averti separato di tutto il mondo e invece tu mi hai ingannata!". Furibonda, afferrò i bei capelli di Raperonzolo, li avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, afferrò con la destra un paio di forbici e, tric trac, eccoli tagliati e le belle trecce giacevano a terra. E fu così spietata da portare la povera Raperonzolo in un deserto, ove dovette vivere in gran pianto e miseria.
Ma il giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo, verso sera assicurò le trecce recise al cardine della finestra e quando arrivò il principe e gridò:
"Raperonzolo, t'affaccia,
lascia pender la tua treccia!"
le lasciò ricadere. Il principe salì, ma invece della sua diletta, trovò la maga, che lo guardava con due occhiacci velenosi. "Ah," Esclamò beffarda, "Sei venuto a prender la tua bella! Ma il bell'uccellino non è più nel nido e non canta più; il gatto l'ha preso e a te caverà gli occhi. Per te Raperonzolo è perduta, non la vedrai mai più". Il principe andò fuor di se per il dolore, e disperato saltò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma le spine fra cui cadde gli trafissero gli occhi. Errò, cieco, per le foreste; non mangiava che radici e baccche e non faceva che piangere e lamentarsi per la perdita della sua diletta sposa. Così per alcuni anni andò vagando miseramente; alla fine capitò nel deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti, coi due gemelli che aveva partorito, un maschio e una femmina. Egli udì una voce, e gli sembrò ben nota: si lasciò guidare da essa, e quando si avvicinò, Raperonzolo lo riconobbe e gli saltò al collo e pianse. Ma due di quelle lacrime gli inumidirono gli occhi; essi allora si schiarirono di nuovo, ed egli potè vederci come prima. La condusse nel suo regno, dove fu ricevuto con gioia; e vissero ancora a lungo felici e contenti.

venerdì 15 aprile 2011

Massime del giorno prima

"Se pensate che l'istruzione sia costosa provate con l'ignoranza".

Derek Bok

lunedì 4 aprile 2011

Le vere fiabe



Fiabe

Le fiabe dei fratelli Grimm sono ufficialmente riconosciute come Patrimonio dell'Umanità, e non a torto. I «papà» di quelle classicissime e indimenticabili fiabe che tutti noi ricordiamo fin dall'infanzia, come «Biancaneve», «Cappuccetto Rosso», «Il principe Ranocchio», «Cenerentola», e moltissime altre, hanno compiuto la grandiosa e difficilissima opera di raccogliere tutti i racconti e le storie proprie di quella sterminata tradizione popolare tedesca tramandate oralmente, che con tanto peso hanno contribuito alla tradizione fiabesca del nostro Continente, diventando un super classico di tutti i tempi. Ma pochi sanno la vera storia di queste famose fiabe e dopo vari ripensamenti ho deciso di scriverla, non perchè la leggano i piccini, ma che sia specchio di riflessione per i grandi. Vivere nella menzogna della classica favoletta 'C'era una volta' mi ha stancato!



Biancaneve


C'era una volta, nel cuor dell'inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina che cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice di ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch'ella pensò: ' Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e daincapelli neri come il legno della finestra! ' Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l'ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì. Dopo un anno il re prese un'altra moglie: era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

E lo specchio rispondeva:

"Nel regno, Maestà, tu sei quella."

Ed ella era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità; Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più bella della regina. Una volta che la regina chiese allo specchio:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

Lo specchio rispose:

"Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più."

La regina allibì e diventò verde e gialla d'invidia. Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba. E invidia e superbia crebbero come le male erbe, cosi che ella non ebbe più pace né giorno né notte. Allora chiamò un cacciatore e disse: "Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte". Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando mosse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse: "Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò verso la foresta selvaggia e non tornerò mai più". Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito: "Và pure, povera bambina", ' le bestie feroci faran presto a divorarti ' , pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere. E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova. Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve. Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare. Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male. Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi. Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire. C'era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini. Lungo la parete, l'uno accanto all'altro, c'erano sette lettini, coperti di candide lenzuola. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po' di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo. Poi era cosi stanca che si sdraiò in un lettino, ma non ce n'era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finché il settimo fu quello giusto: si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò. A buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani che scavavano i minerali dai monti. Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l'avevano lasciato. Il primo disse: "Chi si è seduto sulla mia seggiolina?" Il secondo: "Chi ha mangiato dal mio piattino?" Il terzo: "Chi ha preso un pò del mio panino?" Il quarto: "Chi ha mangiato un pò della mia verdura?" Il quinto: "Chi ha usato la mia forchettina?" Il sesto: "Chi ha tagliato col mio coltellino?" Il settimo: "Chi ha bevuto dal mio bicchierino?" Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un pò ammaccato e disse: "Chi mi ha schiacciato il lettino?" Gli altri accorsero e gridarono: "Anche nel mio c'è stato qualcuno". Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata. Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve. "Ah, Dio mio! ah, Dio mio!" esclamarono: "Che bella bambina!" Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino. Il settimo nano dormi coi suoi compagni, un'ora con ciascuno; e la notte passò. Al mattino, Biancaneve si svegliò e s'impaurì vedendo i sette nani. Ma essi le chiesero gentilmente: "Come ti chiami?" "Mi chiamo Biancaneve," rispose. "Come sei venuta in casa nostra?" dissero ancora i nani. Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finché aveva trovato la casina. I nani dissero: "Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimaner con noi, e non ti mancherà nulla." "Si," disse Biancaneve, "di gran cuore". E rimase con loro. Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d'oro, la sera tornavano, e la cena doveva esser pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l'ammonivano affettuosamente, dicendo: "Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrar nessuno." Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch'ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

E lo specchio rispose:

"Regina la più bella qui sei tu;ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."

La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai e si accorse che il cacciatore l'aveva ingannata e Biancaneve era ancor viva. E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché se ella non era la più bella in tutto il paese, l'invidia non le dava requie. Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: "Roba bella, chi compra! chi compra!" Biancaneve diede un'occhiata dalla finestra e gridò: "Buon giorno, brava donna, cos'avete da vendere?" "Roba buona, roba bella," rispose la vecchia, "stringhe di tutti i colori". E ne tirò fuori una, di seta variopinta. ' Questa brava donna posso lasciarla entrare' , pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa. "Bambina," disse la vecchia, "come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve". La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e cosi rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta. "Ormai lo sei stata la più bella!" disse la regina, e corse via. Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa. Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò. Quando i nani udirono l'accaduto, le dissero: "La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; stà in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi." Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

Come al solito, lo specchio rispose:

"Regina, qui la più bella sei tu;ma al di là di monti e piani presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."

A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita. ' Ma adesso ' pensò, ' troverò qualcosa che sarà la tua rovina '; e, siccome s'intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l'aspetto di un'altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: "Roba bella! Roba bella!" Biancaneve guardò fuori e disse: "Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno." "Ma guardare ti sarà permesso," disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò. Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e apri la porta. Conclusa la compera, la vecchia disse: "Adesso voglio pettinarti perbene". La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi. "Portento di bellezza!" disse la cattiva matrigna: "è finita per te!" e se ne andò. Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l'ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto. Di nuovo l'ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno. A casa, la regina si mise allo specchio e disse:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

Come al solito, lo specchio rispose:

"Regina, la più bella qui sei tu;ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."

A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera. "Biancaneve morirà!" gridò, "dovesse costarmi la vita". Andò in una stanza segreta, dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire. Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e cosi passò i sette monti fino alla casa dei sette nani. Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: "Non posso lasciar entrare nessuno, i sette nani me l'hanno proibito." "Non importa," rispose la contadina, "le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una." "No," rispose Biancaneve, "non posso accettare nulla." "Hai paura del veleno?" disse la vecchia. "Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca". Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata. Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non poté più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata. Ma al primo boccone cadde a terra morta. La regina l'osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo: "Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l'ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più ".A casa, domandò allo specchio:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

E finalmente lo specchio rispose:

"Nel regno, Maestà, tu sei quella."

Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esser pace per un cuore invidioso. I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancor fresca, come se fosse viva. Dissero: "Non possiamo seppellirla dentro la nera terra," e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d'oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella. Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l'ebano. Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d'oro. Allora disse ai nani: "Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete". Ma i nani risposero: "Non la cediamo per tutto l'oro del mondo." "Regalatemela, allora," egli disse, "non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo". A sentirlo, i buoni nani s'impietosirono e gli donarono la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le usci dalla gola. E poco dopo ella apri gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita. "Ah Dio, dove sono?" gridò. Il principe disse, pieno a gioia: "Sei con me," e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: "Ti amo sopra ogni cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa". Biancaneve acconsenti andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore. Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

Lo specchio rispose: "Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più."

La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andare a veder la giovane regina. Entrando, vide che non si trattava d'altri che di Biancaneve e impietrì dall'orrore. Ma sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: quando furono incandescenti gliele portarono, ed ella fu costretta a calzare le scarpe roventi e ballarvi finché le si bruciarono miseramente i piedi e cadde a terra, morta.

domenica 3 aprile 2011

Massima del giorno prima

"La bellezza esiste negli occhi di chi la contempla".

David Hume

domenica 20 marzo 2011

Massima del giorno prima
"Ci sono dei momenti storici che a uno gli piacerebbe poter dire: io non c'ero".
Altan

martedì 8 marzo 2011

Massima del giorno prima
"Insieme a te provo sensazioni sconosciute.
Prima non sapevo cosa fosse la noia"
Ellekappa

domenica 6 marzo 2011

Massima del giorno prima
"Non camminare davanti a me, potrei non seguirti.
Non camminare dietro di me, potrei non esserti guida.
Cammina al mio fianco e sii soltanto mio amico".
Albert Camus

lunedì 31 gennaio 2011


Massima del giorno prima
"Chi ama profondamente non invecchia mai,
neanche quando ha cent'anni.
Potrà morire di vecchiaia ma morirà giovane.
L'amore è l'ala che solleva l'anima verso l'infinito.
L'amore è il principio di tutte le cose".
Romano Battaglia

domenica 16 gennaio 2011

Massime del giorno prima
"Appartiene all'infinita bontà di Dio
il permettere che esistano dei mali,
per trarre da essi dei beni"
Tommaso D'Aquino

sabato 1 gennaio 2011

Massime del giorno prima

La vita comincia ogni mattina.

Giovannini e Garinei

sabato 18 dicembre 2010

Charles Dickens

Racconti di Natale

Charles John Huffam Dickens, (Landport, 7 febbraio 1812 – Gadshill, 9 giugno 1870), è stato uno scrittore britannico.
Noto tanto per le sue prove umoristiche (Il Circolo Pickwick) quanto per i suoi romanzi sociali (Oliver Twist, David Copperfield, Tempi difficili), è considerato uno dei più importanti romanzieri di tutti i tempi.

Il Canto di Natale (A Christmas Carol), noto anche come Cantico di Natale o Ballata di Natale, è una delle opere più famose e popolari di Charles Dickens (1812-1870). È il più importante della serie dei Libri di Natale (The Christmas Books), una collezione di racconti che include oltre al Canto (1843), Le Campane (The Chimes, 1845), L'uomo visitato dagli spettri (The Haunted Man, 1848), Il grillo sul caminetto (The Cricket on the Hearth), 1845 e La lotta per la vita (The Battle for Life).

Racconto fantastico sulla conversione dell'arido e tirchio Ebenezer Scrooge visitato nella notte di Natale da tre spiriti del Natale (del passato, del presente e del futuro) preceduti da un'ammonizione dello spettro del defunto amico e collega Jacob Marley, il Canto unisce al gusto del racconto gotico l'impegno nella lotta alla povertà e allo sfruttamento minorile, attaccando l'analfabetismo: problemi esasperati apparentemente proprio dalla Poverty Law (Legge contro la povertà), comodo tappabuchi tanto inefficace quanto dannoso ideato dalle classi abbienti. Il romanzo è uno degli esempi di critica di Dickens della società ed è anche una delle più famose e commoventi storie sul Natale nel mondo.

Il Canto è suddiviso in 5 parti: nella prima si descrive il personaggio di Ebenezer Scrooge, un tirchio, ricco e avaro finanziere di Londra, che non spende nulla nemmeno per sé e per il quale il Natale è una perdita di tempo (rimprovera Dio stesso per il riposo domenicale che intralcia il commercio e il guadagno).
Talmente infastidito dalle festività, costringe il suo umile impiegato Bob Cratchit, al quale dà uno stipendio da fame, a presentarsi al lavoro anche il giorno prima di Natale. Per strada risponde male a tutti coloro che gli fanno gli auguri, incluso l'affettuoso nipote Fred, figlio della defunta sorella, che invano lo prega di pranzare con la sua famiglia: l'unica compagnia che conta per Scrooge è quella della sua cassaforte. Per questo accanito interessamento ai soldi è una persona poco amata da tutti i cittadini. La sera della vigilia di Natale, mentre sta rincasando, gli sembra di intravedere specchiato nel battiporta del portone il volto del defunto socio in affari Jacob Marley, morto sette anni prima, visione che lo turba profondamente.
Rinchiusosi nella sua vecchia casa, comincia a percepire dei rumori strani: ora quello di un carro funebre che si trascina invisibile sulle scale avvolte nel buio, ora un rumore di catene nella cantina, infine vede oscillare da sola una campanella collegata alla deserta camera antistante, trascinando tutte le altre della casa in un suono assordante e spaventoso.
A questo punto si apre una porta, e compare il fantasma di Marley: una visione tremenda, tanto più terrificante in q
uanto, scoperte le bende per mostrare il volto, cade la mascella dal viso. Intorno alla vita, una catena forgiata di lucchetti, timbri, assegni, e tutto quel materiale che, secondo l'ammissione di Marley, lo ha distolto dal fare del bene agli altri accumulando denaro tutto per sé: il rimpianto per aver vissuto chiuso nel proprio egoismo lontano dalle persone che amava e che lo amavano costituisce la sua pena eterna, una dannazione che lo costringe a vagare per il mondo senza potere vedere la luce di Dio.
Il solo sollievo è ammonire Scrooge, perché la catena che si sta forgiando è ben più lunga e pesante della sua. Se andrà avanti così, anche lui subirà la stessa sorte: Marley gli annuncia allora la visita imminente di tre spiriti: uno che incarna i Natali passati, un altro quello presente, l'ultimo il Natale futuro.
Lo spirito del Natale Passato
Un fantasma circondato da una corona di luce che si sprigiona dal capo, facendolo assomigliare a una candela e con in mano un cappello in forma di spegnitoio, lo riporta indietro nel passato a rivisitare la propria infanzia dimenticata: in una scena è bambino sui banchi di scuola, mandato a studiare in collegio dal padre, che lo ha voluto allontanare dalla famiglia: era solo, triste, senza amici, studia in un'aula buia. In un'altra scena, qualche tempo più tardi arriva la sua sorellina, tornata per riportarlo a casa, dopo avere convinto il padre a riprenderlo in famiglia.
È un momento felice, un abbraccio tra i due, stretti da un affetto immenso, con il giovane Scrooge che salta di gioia: è il momento in cui le ruvide labbra del vecchio Scrooge abbozzano un sorriso. Qualche anno dopo è ammesso a fare l'apprendista contabile presso l'anziano e benevolo Fezziwig.
Anche qui è Natale, ma Fezziwig fa chiudere l'ufficio prima del tempo e invita i ragazzi a seguirlo a casa sua dove fa una festa sontuosa: nelle piccole follie natalizie dell'allegra compagnia cadono le differenze di classe, si canta e gioca tutti quanti, bambini, giovani e anziani. Fezziwig e la moglie sono degli anfitrioni imbattibili, scherzano e fanno i pagliacci.
Durante il ballo Scrooge conosce Belle, quella che diventerà la sua ragazza. Le promette di sposarla: ma solo qualche anno dopo, già ricco, teme di mantenere la promessa perché lei è povera e non gli porterebbe dote. Lei lo lascia andare distrutta, ma da quel giorno Scrooge resterà solo e il suo cuore diventerà sempre più arido. Scrooge grida davanti alla visione di se stesso in preda all'egoismo, sa che sta commettendo l'errore fatale della sua vita e implora l'ombra del giovane Ebenezer di non lasciarla, di correrle dietro, ma invano: il suo alter ego non lo può udire.
Il passato non si può cambiare. Scrooge è disperato, implora il fantasma di non tormentarlo. Molto più tardi, Scrooge assiste a una cena di Natale: riconosce la sua ex ragazza ormai sposata da anni, con tanti figli, povera ma felice. Fa un sarcastico commento su Scrooge al marito. È appena arrivata la notizia che Marley è abbandonato sul letto di morte, neanche il suo amico è lì per confortarlo. Preso dal rimorso, Scrooge schiaccia il copricapo sulla testa del fantasma fino a farlo scomparire: ma la luce chiusa nel cappello inonda tutto il pavimento come un diluvio terrorizzando il vecchio.

Lo spirito del Natale Presente
Scrooge si trova improvvisamente nella sua camera da letto e dorme fino alla notte seguente.
Dopo essersi destato, incontra il secondo spirito, quello del Natale Presente, che appare come un uomo di dimensioni enormi. Questo spettro conduce Scrooge dalla famiglia di Bob Cratchit che sta consumando la cena di Natale, sono tutti felici anche il piccolo e storpio Tiny Tim sebbene vivano in condizioni misere.
Il fantasma mostra a Scrooge altre persone che passano il Natale: un gruppo di minatori che intonano un canto di Natale attorno a un focolare, due guardiani di un faro che brindando e cantando sempre attorno a un fuoco si scambiano un Buon Natale e dei marinai su un bastimento in mezzo all'oceano che si scambiano gli auguri e che dedicano un pensiero ai loro cari. Scrooge è molto stupito da ciò che ha appena visto.
Infine Scrooge e lo spettro sono nella casa di Fred, nipote di Scrooge che sta passando il Natale in allegria con i suoi amici. Fred deride suo zio perché egli insinua che il Natale sia una fesseria. Lo spettro a questo punto si congeda e Scrooge si ritrova ancora nella sua stanza da letto.

Lo Spirito del Natale Futuro
Il terzo spirito si presenta come una figura altissima, avvolta da un nero mantello e un cappuccio da cui nulla traspare se non una mano che sporge da una manica. Invano Scrooge chiede che parli, la figura è silenziosa, e lo guida solo con un dito.
Siamo ancora a Londra, e Scrooge assiste a diverse scene il cui argomento è la morte di un vecchio tirchio, deriso da tutti. Due banchieri della city parlano del suo prossimo funerale: mentre uno afferma di andarvi per puro dovere, l'altro, schernendo la tirchieria del defunto, è interessato soltanto a rifarsi a sue spese con la cena gratis del funerale. Un povero padre che era debitore al vecchio non nasconde alla famiglia il sollievo per la sua morte perché a chiunque saranno trasferiti i debiti, il futuro creditore sarà sempre più buono di lui. In un negozio di rigattiere, i servi del defunto si dividono tutto quello che hanno potuto rubare in casa sua, incluse le tende del baldacchino che ne proteggevano il corpo e la camicia sottratta dal suo abito funebre: l'ammontare totale è venduto al rigattiere tra le risate di tutti.
Intanto un profondo dolore ha colpito i Cratchit: Tiny Tim è morto di stenti. È lutto profondo, dolore immenso.
Scrooge vorrebbe sapere chi è il vecchio tanto odiato da tutti, ma quando il fantasma lo porta davanti al capezzale non osa scoprire il lenzuolo che ne ricopre interamente la salma. Scrooge vede che la sua casa è stata venduta, e pure la sua ditta, vorrebbe entrare, ma il fantasma indica invece un'altra direzione: Scrooge entra nel cimitero, dove la mano dello spettro indica una lapide con scritto: Ebenezer Scrooge! Il pentimento è completo, il messaggio è andato fino in fondo al cuore di Scrooge.

Il ravvedimento
Scrooge si ritrova nel suo letto e scopre che è mattina presto,il Natale ha fatto il suo ingresso, glielo conferma un ragazzo che passa sotto la sua finestra. Forte della lezione ricevuta manda il ragazzo a comprare il più grosso tacchino in vendita al negozio lì vicino e premiandolo con una corona glielo fa portare a casa di Bob Cratchit quindi,sbarbato e ripulito, esce per strada salutando tutti con affabilità e trova la forza di presentarsi a casa di suo nipote che lo aveva invitato per Natale: accolto con calore, passa il più bel Natale della sua vita.
La mattina dopo nel suo ufficio aspetta l'arrivo di Cratchit che si presenta in ritardo e ancora ignaro del cambiamento del suo datore di lavoro, in un primo momento lo prende per pazzo ma Scrooge lo tratta da quel momento da amico, gli dà un notevole aumento di stipendio e le vacanze tanto meritate scusandosi con lui. Si prende cura della sua famiglia e soprattutto di Tiny Tim, che guarisce. Con i Cratchit si instaura un profondo legame di amicizia.
Da allora Scrooge diventa una persona molto amata, e trova finalmente la pace dell'anima.

lunedì 6 dicembre 2010

Massime del giorno prima
"Amare è gioire,
mentre crediamo di gioire
solo se siamo amati"
Aristotele

lunedì 22 novembre 2010

Massime del giorno prima
"...Nulla riposa della vita come la vita".
Umberto Saba

domenica 21 novembre 2010

Italo Calvino
Italo Calvino Santiago de las Vegas, 1923- Siena, 1985), nato nell'isola diCuba, dove il padre dirigeva una scuola agraria, venne all'età di due anni in Italia e trascorse gran parte della vita nella cittadina ligura di Sanremo, non rinunciando tuttavia a lunghi soggiorni a Torino (dove frequentò l'università), a Roma, ed anche all'estero (Parigi, L'Avana). Partecipò nel 1944 alla lotta partigiana e dopo la guerra entrò in rapporto con Pavese, Vittorini e altri intellettuali legati alla Casa Editrice Enaudi, presso la quale lavorò a lungo dapprima nell'ufficio Stampa e Pubblicità, poi come direttore responsabile del "Notiziario Enaudi". Fu collaboratore di giornali e riviste e tra i fondatori di riviste storiche quali "Il Menabò" e "Il Politecnico". Si imoegnò attivamente nel Partito Comunista Italiano fino al 1956, quando se ne allontanò in seguito alla repressione della rivolta di Ungheria. Calvino è uno degli autori più produttivi e vari del nostro Novecento letterario, autore di saggi critici, pezzi giornalistici, recensioni di film, romanzi, racconti. Per i ragazzi è consigliabile la lettura delle Fiabe Italiane di cui curò la raccolta e la trascrizione di vari dialetti, del romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, della trilogia "I nostri antenati" (Il Barone rampante, Il Visconte dimezzato, Il Cavaliere inesistente), di molti racconti, tra qui le raccolte Ultimo viene il corvo e Marcovaldo ovvero le stagioni in città.


giovedì 18 novembre 2010

Italo Calvino - Il Principe che sposò una rana



C'era una volta un Re che aveva tre figli in età da prender moglie. Perché non sorgessero rivalità sulla scelta delle tre spose, disse: - Tirate con la fionda più lontano che potete: dove cadrà la pietra là prenderete moglie.I tre figli presero le fionde e tirarono. Il più grande tirò e la pietra arrivo sul tetto di un Forno ed egli ebbe la fornaia.Il secondo tirò e la pietra arrivò alla casa di una tessitrice. Al più piccino la pietra cascò in un fosso.Appena tirato ognuno correva a portare l'anello alla fidanzata.Il più grande trovò una giovinotta bella soffice come una focaccia, il mezzano una pallidina, fina come un filo, e il più piccino, guarda guarda in quel fosso, non ci trovò che una rana.Tornarono dal Re a dire delle loro fidanzate.- Ora - disse il Re - chi ha la sposa migliore erediterà il regno. Facciamo le prove - e diede a ognuno della canapa perché gliela riportassero di lì a tre giorni filata dalle fidanzate, per vedere chi filava meglio.I figli andarono delle fidanzate e si raccomandarono che filassero a puntino; e il più piccolo tutto mortificato, con quella canapa in mano, se ne andò sul ciglio del fosso e si mise a chiamare:- Rana, rana! - Chi mi chiama? - L'amor tuo che poco t'ama.- Se non m'ama , m'amerà quando bella mi vedrà.E la rana salto fuori dall'acqua su una foglia.Il figlio del Re le diede la canapa e disse che sarebbe ripassato a prenderla filata dopo tre giorni. Dopo tre giorni i fratelli maggiori corsero tutti ansiosi dalla fornaia e dalla tessitrice a ritirare la canapa. La fornaia aveva fatto un bel lavoro, ma la tessitrice - era il suo mestiere - l'aveva filata che pareva seta. E il più piccino? Andò al fosso:- Rana, rana! - Chi mi chiama? - L'amor tuo che poco t'ama.- Se non m'ama , m'amerà quando bella mi vedrà.Saltò su una foglia e aveva in bocca una noce.Lui si vergognava un po' di andare dal padre con una noce mentre i fratelli avevano portato la canapa filata; ma si fecero coraggio e andò.Il Re che aveva già guardato per dritto e per traverso il lavoro della fornaia e della tessitrice, aperse la noce del più piccino, e intanto i fratelli sghignazzavano.Aperta la noce ne venne fuori una tela così fina che pareva tela di ragno, e tira tira, spiega spiega, non finiva mai , e tutta la sala del trono ne era invasa."Ma questa tela non finisce mai!" disse il Re, e appena dette queste parole la tela finì.Il padre, a quest'idea che una rana diventasse regina, non voleva rassegnarsi.Erano nati tre cuccioli alla sua cagna da caccia preferita, e li diede ai tre figli: - Portateli alle vostre fidanzate e tornerete a prenderli tra un mese: chi l'avrà allevato meglio sarà regina.Dopo un mese si vide che il cane della fornaia era diventato un molosso grande e grosso, perché il pane non gli era mancato; quella della tessitrice, tenuto più a stecchetto, era venuto un famelico mastino. Il più piccino arrivò con una cassettina, il Re aperse la cassettina e ne uscì un barboncino infiocchettato, pettinato, profumato, che stava ritto sulle zampe di dietro e sapeva fare gli esercizi militari e far di conto.E il Re disse: - Non c'è dubbio; sarà re mio figlio minore e la rana sarà regina.Furono stabilite le nozze, tutti e tre i fratelli lo stesso giorno.I fratelli maggiori andarono a prendere le spose con carrozze infiorate tirate da quattro cavalli, e le spose salirono tutte cariche di piume e di gioielli.Il più piccino andò al fosso, e la rana l'aspettava in una carrozza fatta d'una foglia di fico tirata da quattro lumache.Presero ad andare: lui andava avanti, e le lumache lo seguivano tirando la foglia con la rana. Ogni tanto si fermava ad aspettare, e una volta si addormentò.Quando si svegliò, gli s'era fermata davanti una carrozza d'oro, imbottita di velluto, con due cavalli bianchi e dentro c'era una ragazza bella come il sole con un abito verde smeraldo.- Chi siete? - disse il figlio minore.- Sono la rana -, e siccome lui non ci voleva credere, la ragazza aperse uno scrigno dove c'era la foglia di fico, la pelle della rana e quattro gusci di lumaca.- Ero una Principessa trasformata in rana, solo se un figlio di Re acconsentiva a sposarmi senza sapere che ero bella avrei ripreso la forma umana.Il Re fu tutto contento e ai figli maggiori che si rodevano d'invidia disse che chi non era neanche capace di scegliere la moglie non meritava la Corona.Re e regina diventarono il più piccino e la sua sposa.

martedì 16 novembre 2010

Massime del giorno prima
"I sogni sono l'elusiva dote che ci fa ricchi per un'ora,
poi ci gettano poveri
fuori della purpurea porta
dentro i nudi confini che avevamo prima".
Emily Dickinson

giovedì 11 novembre 2010



Massime del giorno prima
"L'amore non è cieco, è presbite:
prova ne sia che comincia a scorgere i difetti man mano che s'allontana".
Oscar Wilde

lunedì 8 novembre 2010

Brodo caldo per l'anima

Un libro di Jack Canfield


Per chi crede ancora nella forza trasformatrice e redentrice dell'amore e dell'altruismo. Questo volume raccoglie storie vere, episodi toccanti che ci inducono a guardare al mondo intorno a noi con grande fiducia. I racconti sono suddivisi in due sezioni a seconda dei destinatari privilegiati cui si rivolgono:

- per i ragazzi e i loro genitori, quando in primo piano sono i problemi e le incertezze dei giovani;

- per gli amici degli animali, quando sono cani, gatti e altri animali a scaldarci il cuore.

Frammenti di vita vissuta, commoventi testimonianze, brevi e folgoranti aneddoti narrati direttamente dai protagonisti, capaci di infondere nel lettore un po' di ottimismo, il desiderio di superare le difficoltà per tornare a sorridere e ritrovare la voglia di sperare nel futuro.

Jack Canfield, famosissimo negli Stati Uniti, è uno dei Maestri presenti sul best seller "The Secret", ed è coautore, insieme a Victor Hansen, della fortunata collana "Una tisana calda per l'anima" (Essere Felici). Attraverso i suoi seminari, ha diffuso il potere delle strategie di focalizzazione in ben dodici paesi in tutto il mondo.Victor Hansen - Autore del best seller "One minute millionaire", è un famoso conferenziere che ha insegnato a milioni di persone le strategie di successo contenute nei suoi libri.

sabato 23 ottobre 2010

Massima del giorno prima
"La vita non è ricerca di esperienza,
ma di sè stessi".
Cesare Pavese