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venerdì 24 giugno 2011

Le favole di Esopo

L'usignolo e lo sparviero
Posato su un'altra quercia, un usignolo, secondo il suo solito, cantava. Lo scorse uno sparviero a corto di cibo, gli piombò addosso e se lo portò via. Mentre stava per ucciderlo lo pregava di lasciarlo andare, dicendo che esso non bastava a riempire lo stomaco di uno sparviero: doveva rivolgersi a qualche uccello più grosso, se aveva bisogno di mangiare. Ma l'altro lo interruppe, dicendo:"Bello sciocco sarei, se lasciassi andare il pasto che ho quì pronto tra le mani, per correr dietro a quello che non si vede ancora!".
Così anche tra gli uomini, stolti sono coloro che, nella speranza di beni maggiori, si lasciano sfuggire quello che hanno in mano.

domenica 19 giugno 2011

Massima del giorno prima
Quando l'amico vi confida il suo pensiero,
non temete di dire no,
nè trattenete il vostro sì.
K. Gibran

lunedì 23 maggio 2011

Le fiabe di Esopo

L'usignolo e la rondine
La rondine consigliava all'usignolo a nidificare, come lei, sotto il tetto degli uomini, e a condividere la loro dimora. Ma quello rispose: "Non desidero ravvivare la memoria delle mie antiche sventure; per questo vivo nei luoghi solitari.
Chi è stato colpito da una sventura cerca di sfuggire persino il luogo dove questa gli accadde.

sabato 21 maggio 2011

Massime del giorno prima
Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni
e la nostra breve vita è circondata dal sonno,
da "La tempesta".
William Shakespeare

sabato 14 maggio 2011

Raperonzolo

Ho appena guardato il film della Walt Disnay "Rapunzel", che non mi ha deluso. Divertentissimo, soprattutto 'Pascal'. Tutte le belle damigelle hanno le loro belle fatine magiche , lei invece ha un camaleonte simpaticissimo. Ma purtroppo, ancora una volta, la storia non rispecchia la verità scritta dai fratelli Grimm.
Ecco il vero testo:

Raperonzolo
C'era una volta un uomo e una donna, che già da molto tempo desideravano invano un figlio; finalmente la donna potè sperare che il buon Dio esaudisse il suo desiderio. Sul di dietro della casa c'era una finestrina, da cui si poteva guardare in un bellissimo giardino, pieno di splendidi fiori ed erbaggi; ma era cinto da un alto muro e nessuno osava entrarvi, perchè apparteneva ad una maga potentissima e temuta da tutti. Un giorno la donna stava alla finestra e guardava il giardino; e vide un'aiuola dov'erano coltivati i più bei raperonzoli; e apparivano così freschi e verdi che le fecero gola e le venne gran voglia di mangiarne. La voglia cresceva ogni giorno, ma ella sapeva di non poterla soddisfare e dimagrì paurosamente e divenne pallida e smunta. Allora il marito si spaventò e chiese: "Che hai cara moglie?" "Ah," ella rispose, "se non riesco a mangiare di quei raperonzoli che son nel giardino dietro casa nostra, morirò". Il marito, che l'amava, pensò: "Prima di lasciar morire tua moglie valle a prendere quei Raperonzoli, costi quel che costi". Perciò al crepuscolo scavalcò il muro, entrò nel giardino della maga, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. Ella si fece subito un'insalata e la mangiò avidamente. Ma le era piaciuta tanto e tanto, che il giorno dopo la sua voglia era triplicata. Perchè si quietasse, l'uomo dovette andare un'altra volta nel giardino. Perciò al crepuscolo scavalcò di nuovo il muro, ma quando mise piede a terra si spaventò terribilmente, perchè vide la maga davanti a sè. "Come puoi osare," ella disse facendo gli occhiacci, "di scendere nel mio giardino e di rubarmi i raperonzoli come un ladro? Me la pagherai!" "Ah," egli rispose, "siate pietosa! A questo fui spinto da estrema necessità: mia moglie ha visto i vostri raperonzoli dalla finestra e ne ha tanta voglia che ne morirebbe se non potesse mangiarne". La collera della maga svanì ed ella disse. "Se le cose stanno come dici, ti permetterò di portar via tutti i raperonzoli che vuoi, ma ha una condizione; devi darmi il bambino che tua moglie metterà al mondo. Sarà trattato bene e io provvederò a lui come una madre". Impaurito l'uomo accettò ogni cosa, e quando la moglie partorì, apparve subito la maga, chiamò la bimba Raperonzolo e se la portò via.
Raperonzolo diventò la più bella bambina del mondo. Quando ebbe dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre che sorgeva nel bosco e non aveva nè scala nè porta, ma solo una minuscola finestrina, in alto in alto. Quando la maga voleva entrare, si metteva sotto la finestra e gridava:
"Raperonzol, t'affaccia
lascia pender la tua treccia!"
Raperonzolo aveva capelli lunghi e bellissimi, sottili come l'oro filato. Quando udiva la voce della maga, si slegava le trecce, le annodava ad un cardine della finestra, ed esse ricadevano per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.
Dopo qualche anno, avvenne che il figlio del re, cavalcando per il bosco, passò vicino alla torre. Udì un canto così soave, che si fermò ad ascoltarlo: era Raperonzolo, che nella solitudine passava il tempo facendo risonar la sua voce. Il principe voleva salire da lei e cercò una porta, ma non ne trovò. Tornò a casa, ma quel canto lo aveva tanto commosso che ogni giorno andava ad ascoltarlo nel bosco. Una volta, mentre se ne stava dietro un albero, vide avvicinarsi una maga e udì gridare.
Raperonzolo, t'affaccia!
Lascia pender la tua treccia!"
Allora Raperonzolo lasciò pendere le trecce e la maga salì da lei.
"se questa è la scala per cui si sale, tenterò anch'io la mia fortuna". E il giorno dopo, sull'imbrunire, andò alla torre e gridò:
"Raperonzolo, t'affaccia,
lascia pender la tua treccia!
Subito dall'alto si snodarono i capelli e il principe sali. Dapprima Raperonzolo ebbe una gran paura quand'egli entrò, perchè i suoi occhi non avevan mai visto un uomo; ma il principe cominciò a parlare con gran cortesia e le narrò che il suo cuore era stato così turbato dal canto di lei da non lasciargli più pace: e aveva dovuto vederla. Allora Raperonzolo non ebbe più paura e quando egli le domandò se lo voleva per marito ed ella vide che era giovane e bello, pensò: "Mi amerà più della vecchia signora Gothel", disse di si e mise la mano in quella di lui; e gli disse: "Verrei ben volentieri con te, ma non so come fare a scendere. Quando vieni portami sempre una matassa di seta: la intreccerò e ne farò una scala; e quando è pronta, scendo, e tu mi prendi sul tuo cavallo". Combinarono che fino a quel momento egli sarebbe venuto tutte le sere; perchè di giorno veniva la vecchia. La maga non si accorse di nulla, finchè una volta Raperonzolo prese a dirle "Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da tirar su del giovane principe? Quello è da me in un momento". "Ah, bimba sciagurata!" Gridò la maga, "Cosa mi tocca sentire! Pensavo d'averti separato di tutto il mondo e invece tu mi hai ingannata!". Furibonda, afferrò i bei capelli di Raperonzolo, li avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, afferrò con la destra un paio di forbici e, tric trac, eccoli tagliati e le belle trecce giacevano a terra. E fu così spietata da portare la povera Raperonzolo in un deserto, ove dovette vivere in gran pianto e miseria.
Ma il giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo, verso sera assicurò le trecce recise al cardine della finestra e quando arrivò il principe e gridò:
"Raperonzolo, t'affaccia,
lascia pender la tua treccia!"
le lasciò ricadere. Il principe salì, ma invece della sua diletta, trovò la maga, che lo guardava con due occhiacci velenosi. "Ah," Esclamò beffarda, "Sei venuto a prender la tua bella! Ma il bell'uccellino non è più nel nido e non canta più; il gatto l'ha preso e a te caverà gli occhi. Per te Raperonzolo è perduta, non la vedrai mai più". Il principe andò fuor di se per il dolore, e disperato saltò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma le spine fra cui cadde gli trafissero gli occhi. Errò, cieco, per le foreste; non mangiava che radici e baccche e non faceva che piangere e lamentarsi per la perdita della sua diletta sposa. Così per alcuni anni andò vagando miseramente; alla fine capitò nel deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti, coi due gemelli che aveva partorito, un maschio e una femmina. Egli udì una voce, e gli sembrò ben nota: si lasciò guidare da essa, e quando si avvicinò, Raperonzolo lo riconobbe e gli saltò al collo e pianse. Ma due di quelle lacrime gli inumidirono gli occhi; essi allora si schiarirono di nuovo, ed egli potè vederci come prima. La condusse nel suo regno, dove fu ricevuto con gioia; e vissero ancora a lungo felici e contenti.

venerdì 15 aprile 2011

Massime del giorno prima

"Se pensate che l'istruzione sia costosa provate con l'ignoranza".

Derek Bok

lunedì 4 aprile 2011

Le vere fiabe



Fiabe

Le fiabe dei fratelli Grimm sono ufficialmente riconosciute come Patrimonio dell'Umanità, e non a torto. I «papà» di quelle classicissime e indimenticabili fiabe che tutti noi ricordiamo fin dall'infanzia, come «Biancaneve», «Cappuccetto Rosso», «Il principe Ranocchio», «Cenerentola», e moltissime altre, hanno compiuto la grandiosa e difficilissima opera di raccogliere tutti i racconti e le storie proprie di quella sterminata tradizione popolare tedesca tramandate oralmente, che con tanto peso hanno contribuito alla tradizione fiabesca del nostro Continente, diventando un super classico di tutti i tempi. Ma pochi sanno la vera storia di queste famose fiabe e dopo vari ripensamenti ho deciso di scriverla, non perchè la leggano i piccini, ma che sia specchio di riflessione per i grandi. Vivere nella menzogna della classica favoletta 'C'era una volta' mi ha stancato!



Biancaneve


C'era una volta, nel cuor dell'inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina che cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice di ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch'ella pensò: ' Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e daincapelli neri come il legno della finestra! ' Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l'ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì. Dopo un anno il re prese un'altra moglie: era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

E lo specchio rispondeva:

"Nel regno, Maestà, tu sei quella."

Ed ella era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità; Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più bella della regina. Una volta che la regina chiese allo specchio:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

Lo specchio rispose:

"Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più."

La regina allibì e diventò verde e gialla d'invidia. Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba. E invidia e superbia crebbero come le male erbe, cosi che ella non ebbe più pace né giorno né notte. Allora chiamò un cacciatore e disse: "Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte". Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando mosse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse: "Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò verso la foresta selvaggia e non tornerò mai più". Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito: "Và pure, povera bambina", ' le bestie feroci faran presto a divorarti ' , pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere. E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova. Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve. Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare. Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male. Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi. Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire. C'era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini. Lungo la parete, l'uno accanto all'altro, c'erano sette lettini, coperti di candide lenzuola. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po' di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo. Poi era cosi stanca che si sdraiò in un lettino, ma non ce n'era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finché il settimo fu quello giusto: si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò. A buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani che scavavano i minerali dai monti. Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l'avevano lasciato. Il primo disse: "Chi si è seduto sulla mia seggiolina?" Il secondo: "Chi ha mangiato dal mio piattino?" Il terzo: "Chi ha preso un pò del mio panino?" Il quarto: "Chi ha mangiato un pò della mia verdura?" Il quinto: "Chi ha usato la mia forchettina?" Il sesto: "Chi ha tagliato col mio coltellino?" Il settimo: "Chi ha bevuto dal mio bicchierino?" Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un pò ammaccato e disse: "Chi mi ha schiacciato il lettino?" Gli altri accorsero e gridarono: "Anche nel mio c'è stato qualcuno". Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata. Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve. "Ah, Dio mio! ah, Dio mio!" esclamarono: "Che bella bambina!" Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino. Il settimo nano dormi coi suoi compagni, un'ora con ciascuno; e la notte passò. Al mattino, Biancaneve si svegliò e s'impaurì vedendo i sette nani. Ma essi le chiesero gentilmente: "Come ti chiami?" "Mi chiamo Biancaneve," rispose. "Come sei venuta in casa nostra?" dissero ancora i nani. Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finché aveva trovato la casina. I nani dissero: "Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimaner con noi, e non ti mancherà nulla." "Si," disse Biancaneve, "di gran cuore". E rimase con loro. Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d'oro, la sera tornavano, e la cena doveva esser pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l'ammonivano affettuosamente, dicendo: "Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrar nessuno." Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch'ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

E lo specchio rispose:

"Regina la più bella qui sei tu;ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."

La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai e si accorse che il cacciatore l'aveva ingannata e Biancaneve era ancor viva. E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché se ella non era la più bella in tutto il paese, l'invidia non le dava requie. Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: "Roba bella, chi compra! chi compra!" Biancaneve diede un'occhiata dalla finestra e gridò: "Buon giorno, brava donna, cos'avete da vendere?" "Roba buona, roba bella," rispose la vecchia, "stringhe di tutti i colori". E ne tirò fuori una, di seta variopinta. ' Questa brava donna posso lasciarla entrare' , pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa. "Bambina," disse la vecchia, "come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve". La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e cosi rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta. "Ormai lo sei stata la più bella!" disse la regina, e corse via. Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa. Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò. Quando i nani udirono l'accaduto, le dissero: "La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; stà in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi." Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

Come al solito, lo specchio rispose:

"Regina, qui la più bella sei tu;ma al di là di monti e piani presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."

A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita. ' Ma adesso ' pensò, ' troverò qualcosa che sarà la tua rovina '; e, siccome s'intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l'aspetto di un'altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: "Roba bella! Roba bella!" Biancaneve guardò fuori e disse: "Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno." "Ma guardare ti sarà permesso," disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò. Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e apri la porta. Conclusa la compera, la vecchia disse: "Adesso voglio pettinarti perbene". La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi. "Portento di bellezza!" disse la cattiva matrigna: "è finita per te!" e se ne andò. Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l'ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto. Di nuovo l'ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno. A casa, la regina si mise allo specchio e disse:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

Come al solito, lo specchio rispose:

"Regina, la più bella qui sei tu;ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."

A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera. "Biancaneve morirà!" gridò, "dovesse costarmi la vita". Andò in una stanza segreta, dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire. Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e cosi passò i sette monti fino alla casa dei sette nani. Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: "Non posso lasciar entrare nessuno, i sette nani me l'hanno proibito." "Non importa," rispose la contadina, "le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una." "No," rispose Biancaneve, "non posso accettare nulla." "Hai paura del veleno?" disse la vecchia. "Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca". Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata. Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non poté più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata. Ma al primo boccone cadde a terra morta. La regina l'osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo: "Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l'ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più ".A casa, domandò allo specchio:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

E finalmente lo specchio rispose:

"Nel regno, Maestà, tu sei quella."

Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esser pace per un cuore invidioso. I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancor fresca, come se fosse viva. Dissero: "Non possiamo seppellirla dentro la nera terra," e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d'oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella. Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l'ebano. Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d'oro. Allora disse ai nani: "Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete". Ma i nani risposero: "Non la cediamo per tutto l'oro del mondo." "Regalatemela, allora," egli disse, "non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo". A sentirlo, i buoni nani s'impietosirono e gli donarono la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le usci dalla gola. E poco dopo ella apri gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita. "Ah Dio, dove sono?" gridò. Il principe disse, pieno a gioia: "Sei con me," e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: "Ti amo sopra ogni cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa". Biancaneve acconsenti andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore. Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:

"Dal muro, specchietto, favella:nel regno chi è la più bella?"

Lo specchio rispose: "Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più."

La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andare a veder la giovane regina. Entrando, vide che non si trattava d'altri che di Biancaneve e impietrì dall'orrore. Ma sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: quando furono incandescenti gliele portarono, ed ella fu costretta a calzare le scarpe roventi e ballarvi finché le si bruciarono miseramente i piedi e cadde a terra, morta.